Sunday, 14 March 2010

π = 3,14

La tierra giró para acercarnos,
giró sobre sí misma y en nosotros,
hasta juntarnos por fin en este sueño,
como fue escrito en el Simposio.
(Eugenio Montejo, Venezuela, 1938)

π

Il 14 marzo è il giorno del pigreco, come sottolinea anche Google. Il 14 marzo è un giorno particolare, speciale, per me. In cui i cerchi che erano andati disegnandosi si sono in qualche modo chiusi, con una maestria degna di Giotto. Ci si erano messe delusioni molteplici, sbronze salingeriane, confusione mentale e di vita che non credo avessero avuto pari prima. Fino a che qualcuno non mi prese di peso e mi costrinse a mettermi su quei binari che avrebbero rimesso la mia vita in carreggiata. Ormai stanco e stufo di cercare, di soffrire, rassegnato. Eppure sceso dal treno alla Stazione Tiburtina, I saw a pair of brown eyes that was looking for me. Fu un weekend di gioia e di qualche preoccupazione, e di scoperta, soprattutto. Al ritorno mi portai dietro una sensazione strana, ma positiva, something strange, but harmless.

Un anno fa celebrammo insieme, in una Stazione Tiburtina deserta, in cui c'eravamo soltanto io e Lei. Lacrime calde, per entrambi, lacrime di felicità, e preghiere al cielo di tenerci uniti come aveva fatto fino a quel momento. Tiburtina la stan rifacendo nuova e, nei miei viaggi a Roma, l'ho vista pian piano crollare. Prima l'orologio fissato sulla mezzanotte, poi i cantieri, la stazione vuota, poi le macerie. Oggi, 14 marzo, san Pigreco martire, a Tiburtina facevano brillare una bomba rimasta inesplosa dalla Seconda Guerra Mondiale. E mi fa ripensare a quello che bolliva dentro a due cuori e che è esploso il 14 marzo di due anni prima, con una miccia lunga 600 km, innescatasi a Milano Centrale. Stazioni, quante, nella nostra storia, da Centrale a Tiburtina, da SMN a Siena, Verona, Latina, Termini, Avezzano, Ciampino...

Hanno evacuato quattromila persone per far brillare l'ordigno bellico a Tiburtina. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo mosso due squadre di rugby, una combriccola di amici, un tavolo della cucina, un tiramisù, salsicce, arrosticini e pizze, tifosi scozzesi, birre, amari e limoncelli, parchimetri, parcometri, sanpietrini, i James e i Beatles, i Clash e i Ramones, una sciarpa di Italia-Scozia, una Trabant giocattolo, un profumo al kiwi, il Tevere, il Colosseo e persino Spud. La tierra giró para acercarnos...

***

Visto che la terra continua da due anni a girare per portarci vicino, fisicamente o nella mente, oggi il Suo lettore mp3 ha fatto partire questa canzone, che abbiamo sentito entrambi esattamente due anni fa per la prima volta. La prima sera passata insieme, in un pub, ognuno preoccupato del fatto che l'altro potesse non essere interessato. Poco dopo ci trovammo a parlare, e decidemmo che noi, noi volevamo fare quello che ci pareva, e ci andava di andare al Colosseo. Cosa che ci diede un primo indizio di quello che era in procinto di succedere. Non sapevo come si intitolava quella canzone, dovetti chiedere a uno scozzese il nome del gruppo. Erano i James, e la canzone, scoprii più tardi, si chiamava Getting Away With It (All Messed Up).


Saturday, 13 March 2010

Thanklessly struggling

Life just isn't like the movies, is it? You know, we're constantly led to believe in resolution, in the reestablishment of the ideal status quo, and this is just not true. Happy endings are a myth designed to make us feel better about the fact that life is just a thankless struggle.
(Spaced - puntata 7 della prima serie, Ends)

Morning. Fuckin' phone awakes me. "We've got a contract for you to sign". Fuckin' aye! Entusiasmo, eccitazione, ansia, emozione, mentre apro il contratto allegato all'email. Un'eccitazione violentemente effimera, destinata a spegnersi ben presto nell'impatto con il muro della realtà. I numeri tendono sempre a fare male. No, non per forza, ma questo mi ha fatto male. Otto lordi, una cifra capace di spegnere l'entusiasmo di chi con un entusiasmo probabilmente esagerato si era avvicinato a questa avventura. Certo, lo sapevo che quello in cui mi sono buttato è un mondo di sfruttamento indecente, ma perfino le mie più fosche previsioni non erano riuscite ad arrivare a tanto. A essere ottimisti lo si piglia in quel posto. Rabbia e delusione, a rimuginare su un colloquio fatto, sulla parola entusiasmo. E pensare che se il lavoro dei giovani è avere entusiasmo, quello dei vecchi è farlo perdere ai giovani.

Poi mi riprendo, penso ad altre cose, impegno la giornata. La sera, capitano Teo trova le parole giuste: "Dai, hai il rugby, gli amici...queste cose servono a tirarti su". E mi tira su. Poi c'è Lei, come sempre, a coccolare le mie ferite, a darmi iniezioni di fiducia, a ripompare aria nelle mie gomme. A farmi sognare fughe in altri posti, un'altra vita, un paese che non sia sputtanato come questo.

Poi, l'altro schiaffo. Särskild behörighet saknas: requisiti specifici non soddisfatti. Uno sgambetto a un sogno di fuga, di libertà, di cambiamento, di un nuovo mondo. Pian piano torna l'idea che il suolo dal quale sono cresciuto è crudele e ormai infertile, e che sia il caso di mettere le ali e smetterla di inciampare e finire col muso a terra. Mi lascio cullare dai ricordi dolci della bufera di neve che ha colpito Siena pochi giorni fa, da quelle idee che mi facevano stare così al caldo. A Stazione Tiburtina (un posto dannatamente importante, in questo periodo dell'anno) hanno trovato una bomba della Seconda Guerra Mondiale, domani la faranno brillare, pare. Un'ordigno vecchio almeno 65 anni, 500 libbre di voglia di esplodere. Ecco, quanto tempo può restare quiescente un fuoco prima di esplodere, travolgere e sconvolgere tutto? Feel like a tickin' timebomb, ready to go off...where am I going?

***

Inizialmente volevo parlare solo di sfruttamento, e la canzone che avevo prescelto per questo post era Ten Million Slaves di Otis Taylor. Poi è arrivato l'altro schiaffo. E la malinconia dei vecchi Counting Crows, quando ancora non si erano sputtanati ovviamente, era proprio quello che mi serviva. E ho scelto Angels of the Silences, che in teoria avrebbe dovuto aprire questo mio blog quando l'ho pensato nella mia testa. Forse un giorno dirò a questa terra: Well, I guess you left me with some feathers in my hand, did it make it any easier to leave me where I stand?

Monday, 1 March 2010

Just sorry, mate...


A volte mi sembra di essere una brutta persona. Inadeguata, pigra, noncurante, cagacazzo, che chiede molto e non da nulla. Il guaio è che io ero convinto, anzi, convintissimo di essere una bella persona: uno che sapeva ascoltare, che avrebbe sempre avuto una buona parola per ognuno, che sarebbe riuscito a stare vicino ai suoi amici costi quel che costi. Ho cenato con alcune persone che facevan parte del mio mondo: Fede e Paolino, i miei ex-capitani, Dervo e Bruno, i miei ex-allenatori, Albertone, un vecchio compagno di squadra, e Vale, una ragazza della femminile con all'attivo una convocazione con la nazionale, che sta assieme a una persona con cui avevo un bel rapporto. Anzi, qualcosa di più, visto che noi due, e un'altra persona che ho citato in un altro intervento, ci sentivamo i tre fratelli tra i fratelli, brothers among brothers. Fratelli al quadrato. Sempre pronti a incoraggiarci l'un l'altro, sempre ultimi a tirar tardi in sede, indivisibili, affiatati.

Poi venne una situazione personale che squassò diversi equilibri, e poi il crollo di identità di una squadra, che ci catapultò lontani. Tre maglie diverse, non più la stessa. E parole non dette, e comportamenti incuranti, e parole dette senza pensare. Il grande gelo. Parlando di quanto successo, è venuto fuori che alla fine il santarellino Billie un po' si è comportato, senza nemmeno accorgersi, da stronzo. Tornando in macchina da Tradate (quanto tempo che non faccio più quella strada regolarmente) ci ho rimuginato su parecchio, sentendomi uno schifo d'uomo. Potrei nascondermi dietro a mille cose, dicendo che io stavo cercando di mettere equilibrio in una situazione difficile, o criticando comunque la reazione esagerata. Non sarebbe giusto. Mi sento una merda, e vorrei solo chiedere scusa. Per i chiarimenti su questo o quell'altro avvenimento, ci sarà, forse, tempo più avanti. So solo che ora capisco il raffreddamento di certi rapporti, e solo ora mi rendo conto che ho una responsabilità di gran lunga maggiore a quella che ho mai avuto il coraggio di ammettere.

Per quello, voglio solo chiedere scusa. Scusa per essermi comportato con noncuranza, senza nemmeno accorgermi che stavo ferendo una persona e che stavo inavvertitamente ponendo una graduatoria di valore a due amicizie. Scusa per essere stato così duro, per aver criticato senza prima rendermi conto della mia parte di torto, per non aver saputo perdonare certi comportamenti. Per essermi lasciato andare di fronte a una situazione di difficoltà per la nostra amicizia. Per non aver fatto nulla, per aver permesso al gelo di prendere piede. Per essermi arrogato la presunzione di giudicare, quando ero in fallo. Because I deserted you, my brother in arms.

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Non poteva che essere questa la canzone di questo post, per l'ovvio rimando al nome della persona con cui mi voglio scusare. Get Down Moses di Joe Strummer & the Mescaleros, dal disco Streetcore. Dovevamo conquistare le Mura di Gerico, amico mio, e solo ora la verità si sta cristallizzando, come un gioiello nella roccia (We gotta take the Walls of Jericoh, goin' to the very top, where the truth crystallizes like jewels in the rock)


Tuesday, 9 February 2010

The Swiss dinosaurs and their civic sense

Fotografia scattata a Vicosoprano, frazione di Bregaglia, ridente comune della Valbregaglia, nel Canton Grigioni, appena passato il confine dopo Chiavenna. Mi da un senso di pace con me stesso. Un po' come le mie nuove ciabatte da vecchio, il cui acquisto è stato concepito proprio in quei giorni. Evviva i capodanni all'estero, viva la follia degli svizzeri, viva i pizzoccheri alla chiavennasca e la grappa alla mela verde, viva le ciabatte da vecchio e viva il Dinosauro e la Marmotta!


***

Visto che questo post parla di dinosauri, la scelta è praticamente obbligata: I'm a Little Dinosaur di Jonathan Richman & the Modern Lovers, in italiano resa dai Potage con la toccante cover Sono un piccolo dinosauro. Insomma, qualcosa che ci da un senso di enormous well-being. Come le ciabatte da vecchio, la marmotta, e il piccolo dinosauro che schiaccia le lattine.

Monday, 8 February 2010

Seizing dreams

Good times for a change. See, the luck I've had could make a good man turn bad...so please, please, please, let me, let me, let me get what I want this time.
Haven't had a dream in a long time. See, the life I've had could make a good man bad...so, for once in my life, let me get what I want: Lord knows, it would be the first time.
Sabato pomeriggio. Preparo tutto il materiale: macchina fotografica alla cintura, il mio borsello con dentro le due agendine, penne e registratore vocale, poi la borsa del portatile. Carico in macchina e mi dirigo da Jenkins: inizia il Sei Nazioni, e me lo gusto tra amici. Intanto la notizia che la partita è rinviata, di nuovo. Finita la partita, giusto il tempo di fare altre due chiacchere, poi salto in macchina.

La strada non è la solita che faccio per andare a Como, ma un'altra, meno trafficata, che ho imparato ad apprezzare negli ultimi tempi: a Fino Mornasco si prende la salita che porta a Casnate con Bernate, passando per i boschi di Costa. Strada stretta, in salita e con qualche curva. Di notte poco illuminata, di giorno molto piacevole. Dopo aver passato il centro di Casnate con Bernate, si va in direzione del Bassone, il carcere, e si fiancheggia il termovalorizzatore, passando parallelamente a Grandate, alla strada di Prato Pagano. Si passa per un passaggio a livello con la croce di Sant'Andrea (ignoro se in disuso, visto che da una parte i binari entrano in un cancello che ho sempre visto chiuso) e di fianco alla stazione di Como Camerlata, poi si sale sul ponte sulla ferrovia, dove c'è la Motorizzazione, si gira a sinistra e ci si dirige nella zona dell'Acquanera. Più in là c'è l'Oltrecolle, e Como Lora. Sarà stato per una trasmissione di viaggi che una volta ho sentito alla radio guidando per quei posti, ma su quella strada mi vien sempre da pensare a Georgia, Kazakistan e Mongolia. Un viaggio che magari un giorno farò, chissà. Arrivati all'Acquanera, in piazza Atleti Azzurri d'Italia, proprio sulla rotonda del Campo CONI, c'è la piscina.

Strada stupenda, innevata, l'immagine della purezza. Nemmeno i fumi del termovalorizzatore riuscivano a rovinare la poesia. Nè la mia emozione, che cresce ad ogni curva, ad ogni rotonda, ad ogni punto di riferimento della mia topografia personale. Perchè è la prima partita che seguo per lavoro: la squadra di pallanuoto di Como che incontra il Quinto. Entro nella piscina, salgo le scale, varco la porta del bar e ordino un caffè, per concentrarmi. Metto in tasca una bustina di zucchero, per tenerla da parte, poi esco, trovo un seggiolino in prima fila, tiro fuori i miei fogli dalla borsa e scatto una foto. Saluto l'addetto stampa, lui mi lascia copiare le formazioni dal suo foglio. Poi, a causa di una combinazione fortuita, ottengo la possibilità di scavalcare la balaustra e rimanere nel perimetro della piscina, seduto su un gradino con i miei fogli statistiche in braccio. E, nonostante la visibilità sul piano della piscina non sia delle migliori, è bello vedere l'azione svolgersi a pochi metri di fronte al mio naso, vedere gli schizzi arrivare quasi ai miei piedi, e poi fare il giro della piscina fino al tavolo dei giudici per ritirare il mio documento.

Finita la partita, dopo aver chiesto un commento all'allenatore e averlo ascoltato seduto a gambe penzoloni sulla balaustra, è una corsa contro il tempo per scrivere l'articolo e trovare una connessione per inviarlo in redazione. L'addetto stampa mi salva la vita, facendomi sfruttare il suo ufficio. Alle 7:25 l'articolo è inviato, mentre esco dal negozio dell'addetto stampa, squilla il telefono, è il mio caporedattore. "Arrivato, va benissimo. Dalla prossima volta vediamo anche di organizzarci meglio". Poi, passano le ore, condite anche da un incontro fortuito con l'allenatore, tra la stazione di Como Lago e la funicolare. Il giorno dopo, l'articolo è lì, con la mia firma, ad attestare che ho battuto la deadline e che ho voluto cercare di afferrare un sogno. Per favore, lasciami afferrare quello che voglio, stavolta...

***

Ad accompagnarmi mentre guidavo per la strada di Casnate, prima che il mio trasmettitore decidesse di soccombere alle onde radio del capoluogo comasco e di non ritrasmettere quelle del mio lettore mp3, c'era la voce di Gavin Clark. Non ricordo che canzone fosse, ma ha contribuito certamente all'emozione. Quando ho pensato a quale canzone abbinare al post di oggi ero sicuro di una sola cosa: che la voce dovesse essere la sua. Poi ho pensato al testo di Please, Please, Please, Let Me Get What I Want degli Smiths e ho ripescato, direttamente dalla colonna sonora di This Is England, la versione che lui cantava con il suo gruppo, i Clayhill.

Tuesday, 2 February 2010

Dollar a day

Well I've been working in the goddam sun
with just for a dollar a day
Been workin' for a dollar a day
I've been workin' for a dollar a day
I problemi sono iniziati a gennaio 2008. Una busta paga da 5,00 € poteva essere un'avvisaglia. Dopotutto, però, il lavoro continuava. A dicembre 2008 la busta paga era di 2,00 € netti...mica male, no? A febbraio 2009 mi sono laureato e proprio di lavoro non ce n'era. Qualche ora qua e là, pochi soldi, e a giugno l'ultimo giorno lavorativo al Museo. E il mese dopo il rinnovo del contratto. Sei mesi, prestazioni occasionali. In sei mesi, non ho lavorato nemmeno un'ora. E poi, quel master che mi aveva tanto entusiasmato e che invece avevo deciso di non frequentare, deluso e abbattuto dopo il colloquio. E quell'altro, importante, per cui non sono stato ammesso nemmeno alle selezioni.

In compenso ho fatto lo scrutatore alle elezioni, a luglio ho fatto un corso per disoccupati e, qualche mese dopo, ho avuto modo di intraprendere una mission lavorativa relativa al corso stesso. Contratto della durata di un giorno. E la cosa che fa più ridere è che offrendomi un contratto da un giorno mi hanno costretto a firmare un foglio con il codice etico della società, che diceva che loro rispettavano il lavoro e non avrebbero mai costretto nessuno a condizioni lavorative degradanti o umilianti. Diciamo che forse il mio concetto di degradante e umiliante è un pelo meno stretto del loro. Fattostà che quelli lì mi hanno pure pagato la tredicesima e la quattordicesima e ferie e malattie, per un giorno di lavoro. Alla fine manco ci sputi sopra. Ho fatto persino un concorso per sostituire una maternità in anagrafe. C'erano sessanta persone, se ne aspettavano tre o quattro.

Un giorno, dopo tanta e tale crisi personale, e dopo aver portato alla follia le persone che cercavano di darmi quel colpo di pedivella per rifarmi sotto, ho deciso di mettermi a fare. Mandato e-mail, cercato master all'estero, cercato di evitare di limitarmi ai soliti annunci di lavoro. Alla fine una chiamata mi è arrivata da quelli, però sono intimamente convinto che sia dovuta a una specie di ricompensa karmica per aver deciso di non lasciarmi andare. Un colloquio rilassato, dove ho potuto parlare di quello che piace a me, dire quel che faccio e chi sono. Da cui sono uscito sorridendo, sentendo che era andato bene.

Certo, non è ancora definito niente, tranne che domani devo consegnare un articolo in pubblicazione per dopodomani. Però sto meglio, sono contento, ho voglia di fare. Quando al terzo colloquio, in terra lecchese, mi hanno proposto la pallanuoto, avrei accettato all'istante. Lo stimolo sembra essere tornato, anche se, come qualsiasi fuoco, bisogna mantenerlo in vita costanemente. Però mettermi in macchina per Bergamo per vedere una partita, e poi l'odore del cloro e la gentile e impetuosa chiaccherata con l'allenatore in mezzo all'aria di cloro della piscina dell'Acquanera, impostare un foglio statistiche per uno sport che conosco poco, chiedere consiglio a chi lo conosce un po' di più (con tanto di telefonata in Grecia, grazie Yiannis!), raccogliere informazioni e cominciare a seguire uno sport diverso dal mio, ma che mi affascina così tanto...beh, mi fa stare bene, cazzo!

***

Ryan Bingham me l'ha fatto ascoltare Andy Beast, il mio chitarrista, e questa canzone me la ricordo da una delle ultime volte che sono andato al Museo. Anche se I've been working in the goddam museum with just for two euros a month, been working for two euros a month, non posso fare a meno di collegarla a queste questioni. In questi giorni ce l'ho avuta parecchio in testa, e ce l'avevo in testa anche quando ho imboccato il corridoio buio per uscire dalla piscina, con i copriscarpe di plastica blu che facevano una sezione ritmica di sci-cìk e sci-ciàk. Dal disco Mescalito, questa è Dollar a Day.

Sunday, 31 January 2010

Broken Stones

Like pebbles on a beach
Kicked around, displaced by feet
Ooh, like broken stones...
Quanti anni fa...due motorini, il mio Vecchio Lepre che, ahilui e ahimè, è stato rivenduto e conseguentemente rottamato. Che tristezza. Comunque, senza riperderci: due motorini, io e lui, in un posto insignificante, ma in qualche modo significativo per la mia vita, davanti a casa di un altro mio amico (il primo che mi ricordi nella mia vita) e a forse venti metri da casa mia. Sera, stelle, qualche birra in corpo e qualche discorso sui massimi sistemi, di quelli che vengono meglio quando si è amici per la pelle e si hanno 17-18 anni.

I caschi appoggiati, lui fuma, e dice: "Vedi, io sento i miei genitori che raccontano dei loro amici, delle cose che facevano da giovani, anche le pazzie come noi, insomma...e quando invitano qualche amico a casa non è mai uno di quegli amici, è sempre un collega di lavoro, o comunque qualcuno che hanno conosciuto più tardi...e gli ho chiesto perchè. E loro hanno detto: 'Beh, le strade si dividono, quando si diventa grandi, le cose si fanno più serie, e tante volte ci si perde di vista'. E allora mi sono detto che non voglio che succeda così, che io voglio che i miei figli conoscano voi, che siate i loro zii...lo zio Billie, lo zio Naska, lo zio Miccia, lo zio Buse...".

Quella notte di estate, con le stelle in cielo, i grilli e due poco più che adolescenti amici per la pelle che discutevano seduti sui loro motorini, non me la scorderò mai e poi mai. E quando mi disse questa cosa, io ero d'accordo con lui, e convinto che non avremmo mai e poi mai permesso che le nostre strade si allontanassero.

Crescere vuol dire anche trovarsi ad affrontare una serie di cose che mai avresti pensato potessero toccarti. Quelle cose che vedi nei tuoi genitori, nella gente più grande, che tutti ti giurano che facciano parte della crescita: "No, non a me, non può succedermi". Ne sei sicuro, lo giuri e spergiuri, in quella assurda e fragile sicurezza di sè che è la parte più importante dell'essere adolescenti.

Ero sicuro, per esempio, che quell'immagine con cui ho aperto il post sarebbe stata il mio tatuaggio indelebile (adesso non credo che lo farei neanche mai, un tatuaggio), simbolo della mitica Milkbar Gang, la compagnia che faceva capo alla mia vecchia band, i Korova Milkbar. Il simbolo l'avevo disegnato un sabato sera di fronte ad alcune birre rosse. United we stand, divided we fall, raise your glass and pay honour to the Milkbar Gang! E ti trovi a vedere che quella gente, ogni tanto la vedi, ogni tanto no, e cominciano a esser più frequenti le volte che la incontri per caso che quelle in cui ci esci insieme.

Però, ti dici, il nucleo, i veri amici, i veri fratelli, restano. A volte si: nonostante non mi sia mai confidato più di tanto con lui, nè lui con me, Naska è mio amico da quando io ho memoria del mondo. Da quando a cinque anni giocavamo insieme e litigavamo sedici volte in un pomeriggio. Da quando abbiamo fondato la nostra prima band. Da quando siamo andati in vacanza insieme in motorino. Da quando siamo andati a giocare insieme a rugby la prima volta. Da quando invece siamo andati in camper a Monaco per Capodanno. Da quando siamo tornati a suonare insieme. Nella mia vita, nonostante ci siamo persi di vista qualche volta, Naska c'è sempre stato.

Lui, invece, no. Conosciuto in quell'età in cui si sviluppano i rapporti più profondi e significativi, diventato il mio fratello, abbiamo temprato (o forse, sorge il dubbio, indebolito) la forza della nostra amicizia con momenti in cui l'abbiamo messa entrambi a repentaglio. Quante sbronze a sorreggerci a vicenda, quante delusioni, sempre a sorreggerci a vicenda, quanti cazzo di casini abbiamo combinato (più lui che io), quante cose abbiamo fatto insieme. A Monaco, con lui, ho vagato nottetempo a piedi, persa l'ultima metro, i nostri amici, e a 4 o 5 km dal camper. Due rugbisti ubriachi per le vie di Monaco alle 2 di notte con -10°C, cantando a scuarciagola per scaldarci...e l'abbiamo pure ritrovato, il camper. Insomma, culo e camicia, capaci di mandarci affanculo e di perdonarci, convinti di un legame che non si può recidere. Poi un giorno ti accorgi che siamo come i ciottoli di una spiaggia. Una delle cose che ci hanno avvicinato, ironia della sorte, da una pedata alla spiaggia e fa volare i due ciottoli in direzioni diverse.

Ripensarci mi ha fatto riflettere sull'imprevedibilità delle strade che prendiamo, sulla mia abilità di conservare rapporti (mi rendo conto che forse non sono una bravissima persona a gestire gli allontanamenti), sulla natura stessa della nostra amicizia. E su com'ero in quegli anni, in cui sotto il mio culo il più delle volte c'era uno scooter, in cui mi cibavo costantemente di musica e di birra, in cui combinavo più cazzate di quanto oggi mi sembri possibile. Di quando davo un'importanza al fatto di avere una persona da chiamare "migliore amico". Il mio migliore amico era lui, Yusuf Barbarossa (questo ha una sua storia, come un sacco di cose della nostra amicizia, e forse è giusto che la capiamo solo noi due, e pochi altri). Lui:
Il secondogenito Ramone, Yusuf Barbarossa, accanito disertore di lezioni scolastiche, ancora in prima nonostante i suoi diciott'anni, appare in carne, ossa e pancetta alcoolica, avvolto nell'onnipresente felpa dei Ramones. Già, signore, la felpa dei Ramones del Barbarossa!
Non credo, nè voglio credere, che queste nostre strade, che si sono divise in maniera così triste, non si incroceranno di nuovo. Non so nemmeno se, incrociandoci nuovamente, il rapporto potrà mai essere lo stesso. Non so giungere a conclusioni. Ripenso solo a quella sera, e a come era bello sentirsi cani randagi che ululavano alla luna.
As another piece shatters,
another little bit gets lost...
and what else really matters
at such a cost?
***

Quasi quasi sono stato tentato di cambiare la canzone di oggi, quando ho scritto dell'ululato alla luna, e di mettere Howling at the Moon (Sha-la-la) dei Ramones. Avrebbe avuto un senso, anche contanto quanto contavano i Ramones per noi. Però questo post è stato concepito guidando di ritorno da Bergamo, in macchina, e volutamente con l'accompagnamento di questa canzone tratta dal disco Stanley Road di Paul Weller. Canzone con un'atmosfera giustamente malinconica, dalla quale ho tratto alcune delle citazioni e il titolo del post, e che parla proprio di ciottoli di una spiaggia scaraventati lontani dai piedi. Pietre rotte, Broken Stones.